Chi siamo noi? Parola alla scienza

gauguin

Chi siamo noi? Domanda che attanaglia l’umanità intera.

Cartesio individua le fondamenta della nostra più intima essenza nell’attività di pensiero cosciente, cosciente di noi stessi . Cogito, ergo sum: ergo, da quest’unico rintracciabile punto fermo può partire l’interrogazione, del tutto personale ma sincera, sul reale.

Ma se il fondamento del nostro essere è individuabile nell’attività di pensiero, relegando a secondario (ma – attenzione! – non subordinato) la restante parte del tutto percepito, il nostro vero “sé” non è altro che coscienza. La coscienza, rivelando la nostra più autentica realtà non può non essere oggetto della più animosa ricerca umana, tappa obbligata di scienza, e spiritualità.

È comunemente accettato che esistono questioni di dominio della spiritualità e questioni del dominio della scienza, ed un tacito accordo – nonché un (auto)salvaguardia del loro statuto – prevede che le intrusioni nei rispettivi campi di indagine sia ridotta ai minimi termini, se non direttamente evitata. Ma lo stesso può valere quando l’oggetto dell’indagine è proprio il cuore della nostra identità? Scienza e spiritualità anelano nel trovare la risposta al grande interrogativo, ognuna a suo modo e talvolta incontrandosi per poi allontanarsi ulteriormente, a volte per produrre un fecondo confronto che apporti progresso ad entrambe.

La coscienza è assolutamente e indiscutibilmente dominio della soggettività. Si può fare scienza della soggettività –  entrando così in un terreno, quello dell’intima convinzione sul proprio sé, sdrucciolevole? Negli ultimi due decenni, la risposta pare essere affermativa.

La scienza, nella veste riduzionista che indossa da quasi un secolo, non riesce a spiegare in modo soddisfacente il mistero della consapevolezza che ognuno ha di sé  – la coscienza non dovrebbe esserci, è un fatto inspiegabile, un fuoriprogramma; perché i conti tornino, non dovremmo essere coscienti, dovremmo essere dei meri robot, che eseguono calcoli e compiono azioni di cui, non essendovi coscienza, non vi è comprensione.

Il problema è oggetto dei vari campi della scienza, uno su tutti l’informatica, che si propone di far assurgere l’algoritmo, in tutta la sua onnicomprensività, a chiave decifratoria della coscienza, e intravede come possibile l’elaborazione di intelligenze artificiali che possano interagire con e alla pari di noi, in un continuo e graduale processo di apprendimento autoconsapevole – hardware su cui far girare software.

È uno snodo cruciale ma la problematica dello statuto della coscienza offre un’interessante quanto assai inusuale prospettiva: dev’essere applicata una teoresi talmente astratta per cui il ragionamento dello scienziato e la speculazione del filosofo si possono qui incontrare e supportare, il filosofo con un ruolo da temerario e impudente apripista, mentre lo scienziato corregge, comprova, affina e – nei casi più fortunati – avvalora determinate teorie – non escludendo naturalmente la capacità di elaborazione originale di teorie a sua volta.

Direttore dal 2004 del Center for Consciousness dell’Australian National University, David Chalmers ha prodotto un notevole lavoro di sistematizzazione nell’ambito della filosofia della mente, andando ad individuare due livelli all’interno della “problematica coscienza”:

  • l’easy problem teso all’identificazione di modelli neurobiologici che illustrino la coscienza. Il meccanismo, considerato nel suo puro aspetto teorico di ricerca/scoperta di correlazioni neurali della fenomenologia del cosciente, appare consolidato e dal futuro altamente promettente. Ciononostante l’aspetto intimamente soggettivo e  secondo Chalmers, non spiega affatto il carattere soggettivo e fondamentale che intrattiene col soggetto;
  • l’hard problem orientato alla spiegazione degli aspetti qualitativi e soggettivi dell’esperienza cosciente, che paiono trascendere il fisicalismo. Chalmers pone come necessaria l’assimilazione, non meglio spiegata tra coscienza ed informazione – ed intergrazione di informazione.

Ogni studioso che tenta o perlomeno, si sofferma sullo studio della coscienza non si può esimere dal non confrontarsi con la dicitura di Chalmers.

Bisogna suddividere in due macroaree – sicuramente troppo ampie, ma sufficienti per inquadrare in linea di massima la problematica: il modello riduzionista/materialista, accettato dalla maggior parte degli scienziati occidentali perché funzionale ed esplicativo per parecchi aspetti e riguardo a molti punti, ed il modello “spiritualista”.

A questo punto entra in ballo nuovamente e brevemente Cartesio: per il primo separò gli enti in res extensa e res cogitans, sinteticamente traducibile nel dualismo mente-corpo. Ora, in merito al problema coscienza si pone l’urgente necessità di chiarificazione del rapporto mente-cervello per cui, per la fazione materialista il cervello è organo essenziale ed imprescindibile che produce la coscienza, mentre per gli “spiritualisti” il cervello è l’organo di trasmissione della coscienza – quest’ultima da considerarsi non locale – l’immagine molto usata del rapporto televisione-segnale rende molto bene la relazione mente-corpo.  La prima teoria continua ad essere la più efficace: considerare il cervello come luogo in cui nasce e svilupparsi la coscienza è un buon modello di base per comprendere la causalità dei danni cerebrali, delle malattie neurodegenerative (Alzheimer, Parkinson, … ), ma presenta delle grosse falle. D’altra parte il modello “spiritualista” permette l’inclusione di fenomeni, quali – solo per citarne alcuni – remote viewing e la psicocinesi visti con dubbio, se non aperto scetticismo dalla comunità scientifica, che non esita ad etichettare il tutto come appartenente alla “pseudoscienza” e “parapsicologia”.

Per alcuni, tra cui il fisico teorico Edward Witten, la coscienza – e la scoperta della sua vera natura – rappresenta un limite davanti al quale la scienza deve “abbassare la testa” e rinunciare ad estendere il dominio dello scibile umano, proprio, paradossalmente, su ciò che c’è di più umano – il nostro più intimo “sé”.

Interessanti teorie organiche e strutturate sono state avanzate, del tutto innovative: molta fortuna ha trovato la recentissima teoria del biocentrismo di Robert Lanza, che pone la coscienza al centro dell’esistenza dell’universo stesso, o la teoria riduzionista schiettamente materialista – per citare secondo la buona norma della par condicio – del cosmologo Max Tegmark, che vede la coscienza come un entità “al di sopra” e nel contempo “al di sotto” della materia atomica celebrale.

Concludo citando la teoria denominata “Orch-Or” elaborata dal celebre fisico teorico Roger Penrose e dal medico anestesista Stuart Hameroff, che svicola dall’angusta logica della “cibernetica dell’algoritmo”, per proporre un modello di mente che fa ricorso alla teoria della fisica quantistica – ed a tutte le bizzarìe che essa comporta: il cervello ospiterebbe – ed uno studio del 2014 parrebbe aver confermato tale tesi – dei fenomeni quantistici individuabili nei microtubuli all’interno delle cellule celebrali.

Gli interrogativi rimangono, il volto della nostra identità rimane velato, come inattaccato rimane il mistero che esso suscita: le coscienze continuano ad interrogare se stesse. Tutto ciò è molto rassicurante. La scienza ha trovato uno scoglio arduo – o impossibile? – da aggirare. L’atteggiamento di arrogante presunzione che adotta chi si appella alla scienza come autorità destinata a risolvere l’irrisolvibile trova grandi difficoltà a riproporsi in merito alla coscienza. Per il momento una sola cosa appare certa: l’esigenza di non scartare alcun sentiero possibile, mettendo da parte ogni pregiudizio “teorico” perché l’oggetto da conoscere appare ancora del tutto ineffabile e nebuloso.

B. G.

Per verificare e approfondire:

Penrose, La mente nuova dell’imperatore, Rizzoli, Milano 1991
Lanza, Biocentrismo, il Saggiatore, Milano 2015

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il Leibniz

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